Il coraggio di essere artisti: il caso Balenciaga.

Tra tutti i fatti che stanno coinvolgendo e sconvolgendo il mondo della moda in questi mesi ce n’è uno che calza perfettamente con la mission di Soup di leggere la moda nel suo profondo: il caso Balenciaga.

Non penso che ci sia qualcuno di interessato al settore che non abbia letto della vicenda ma, vista la complessità e la delicatezza delle tematiche, vale la pena accennare al fatto e dare strumenti di partenza.

Sin dall’arrivo in Balenciaga il percorso di Demna Gvasalia è stato caratterizzato da polemiche e critiche per le decisioni prese dal Direttore Creativo in termini di prodotto e comunicazione. A partire dai suoi design più discutibili come le scarpe semidistrutte e la borsa ispirata a quella di Ikea fino ad arrivare alla vicinanza alla coppia Kardashian-West, Demna Gvasalia ha portato Balenciaga su un nuovo livello, ponendo il brand al centro di mille polemiche ma anche di riscontri incredibili in termini di visibilità. Mentre gran parte dell’opinione pubblica era scettica e diffidente, una buona fetta di pubblico è diventata sostenitrice del marchio sia per la sua estetica mai scontata che per le proposte stilisticamente lontane da quelle dei competitor. Un’estetica post-apocalittica fedele al rave-style che non lascia spazio a canoni di bellezza consueti. Insomma Balenciaga e Demna hanno diviso il pubblico, li si ama o li si odia ma una cosa è certa, hanno fatto parlare di sé e tutte le critiche non hanno fatto altro che rafforzare la loro reputazione. Fino a poco tempo fa.

Dopo l’avvenimento che sto per raccontarvi la bilancia ha iniziato a pendere completamente dal lato del male e Balenciaga sembra non aver ancora trovato una soluzione creativa al problema.

Cosa è successo: Balenciaga ha presentato due campagne controverse che hanno fatto letteralmente infuriare l’opinione pubblica. Mi limiterò a descrivere per voi i contenuti delle due campagne, vi dirò la mia solo in conclusione.

Gift Shop

La prima campagna, pubblicata il 16 Novembre e ritirata dopo le polemiche, era dedicata ai Balenciaga Objects (gli accessori) e ritraeva bambini che tengono in mano orsacchiotti (borse) decorati richiamando l’estetica bondage. Nell’ambiente di sfondo, arredato come una casa, c’erano altri oggetti facilmente riconducibili alle pratiche BDSM (acronimo che racchiude le pratiche di bondage, dominazione, sadismo e masochismo).

Il concept di base è facilmente riconducibile al lavoro del fotografo Gabriele Galimberti che si è occupato della campagna. Nella sua serie “Toy Stories” ha immortalato camerette di tutto il mondo con protagonisti appunto i bambini circondati dai loro giocattoli. Per chiarire, le borse in questione a forma di orsacchiotto bondage ( e altri richiami in questo stile) erano già apparse nella sfilata per la collezione relativa ma hanno accumulato dissensi importanti solo quando sono state associate ai bambini.

Garde Robe

Per la collezione Garde Robe, Balenciaga ha pensato una campagna ambientata in grandi uffici. I/le modell* indossano outfit in netto contrasto con il contesto, complici i capi della collaborazione con Adidas e, anche in questo caso, pezzi audaci che nell’immaginario comune richiamano ancora l’estetica BDSM. Nei pochi casi in cui i protagonisti siano capi più formali notiamo comunque l‘irriverente gusto Balenciaga che impone maxi blazer, scarpe dal design esasperato, vinile e pelle e un nero intenso. Insomma tra tracksuit e t-shirt c’è qualche capo formale in perfetto stile Demna, quello che tutt* hanno cercato di copiare qua e là anche nelle ultime collezioni FW 23/24.

E’ andato tutto bene finché qualcuno non ha notato che, in una foto che ritraeva la borsa Hourglass nel modello in collaborazione con Adidas, compariva tra gli altri oggetti di scena un foglio con testo leggibile. Si trattava di una decisione della Corte suprema statunitense del 2008, la cosiddetta United States v. Williams, in cui il tribunale decise che la promozione di pedopornografia non fosse protetta dal diritto alla libertà d’espressione.

Le campagne sono elencate come cronologicamente pubblicate quindi, mentre già emergevano polemiche riguardo l’associazione di bambini con accessori “sessualizzati”, Balenciaga ha alimentato il polverone con il dettaglio nascosto sopra citato.

Adesso arriva la parte divertente, nel senso che fa davvero ridere: la reaction di Balenciaga alle critiche. Sempre per essere brevi il team Balenciaga ha rimosso le campagne ovunque ha potuto e Demna si è scusato in questa maniera:

“Voglio scusarmi personalmente per la scelta artistica sbagliata del concept per la campagna di regali con le bambine e mi assumo la mia responsabilità. Non era appropriato che le bambine promuovessero oggetti che non hanno nulla a che fare con loro. Sebbene a volte mi piaccia provocare una riflessioni attraverso il mio lavoro non avrei MAI agito intenzionalmente nel farlo con argomenti terribili come l’abuso infantile che condanno. Punto. Ho bisogno di trarre una lezione da ciò, ascoltare ed impegnarmi con le organizzazioni che si occupano di proteggere i bambini per capire come posso contribuire e aiutare su questo terribile argomento. Mi scuso con chiunque si sia sentito offeso dalle immagini e Balenciaga ha garantito che misure adeguate saranno prese non solo per evitare errori simili in futuro ma anche per prenderci la responsabilità nella protezione del benessere dei bambini in tutti i modi possibili”.

Nel frattempo sui social era iniziato un boicottaggio di Balenciaga e alcune personalità si sono fatte ritrarre o riprendere mentre gettavano pezzi del brand che avevano precedentemente acquistato. Vorrei evitare di dirlo, ma non resisto: questa versione contemporanea della damnatio memoriae che prevede di distruggere oggetti creati da un brand o un’artista, non ha il minimo spessore morale. Non ha assolutamente nessun senso, nessun valore ai fini della protesta. E’ soltanto un altro gesto plateale per far risaltare la propria immagine e infilare se stessi nell’ennesimo sentitissimo movimento provvisorio a cui ci associamo, più per cogliere il momento e trarne vantaggio che per il suo vero significato. Potrete non essere d’accordo e lo rispetto ma vi invito a confrontare la mia tesi con i numeri raggiunti su TikTok dai video di questo genere. Chiudo parentesi.

Su queste scuse si potrebbe dire molto, tipo che sembrano la classica strategia di un ufficio stampa per calmare gli animi. Non voglio dire che non fossero sentite ma che mi sarei aspettata una mossa diversa da un provocatore di questo spessore. L’opinione pubblica non si è ovviamente lasciata incantare e ha continuato dritta per la sua strada di diffidenza e boicottaggio. Io nel vedere la campagna ritirata, le scuse di Demna prima e del brand poi, ho provato un senso di demoralizzazione e di sfiducia che ultimamente provo spesso quando mi relaziono con le scelte comunicative e creative della moda. Non voglio scuotere la moralità di nessuno e per me è scontato che i bambini non si tocchino, che alcuni argomenti siano estremamente spinosi e che bisogni condannare qualsiasi tentativo o accenno alla sessualizzazione dei minori, soprattutto se strumentalizzata ai fini pubblicitari. Non per questo non va considerato il contesto artistico-creativo in cui è avvenuto il fatto. La strategia del purché se ne parli di Demna gli è sicuramente esplosa in mano, a dimostrazione del fatto che non tutto è lecito per fare pubblicità. A mio parere però non è esplosa quando tutt* si sono indignati ma quando lui ha deciso di fare un passo indietro, negando una provocazione piuttosto che spiegare il messaggio che voleva veicolare. Una grande fetta di responsabilità della vicenda va data anche ai media e alla stampa che negli articoli hanno dato più spazio all’elenco delle teorie complottistiche che a una lettura contestualizzata del fenomeno. E per contesto intendo sempre quello creativo (seppur markettaro) da quale non possiamo prescindere nell’analizzare la vicenda.

Quindi cosa è andato storto? E’ andato storto, e stento a credere che non fosse un rischio calcolato, che la moda è un’arte commerciale e pertanto nel farla bisogna essere realisti in merito al fatto che ogni prodotto creato sotto il nome dei questa industria finirà per essere impiegato ai fini della vendita. Se lo scopo ultimo della moda è la vendita di prodotti artistici indossabili, allora è ovvio che, rispetto ad artisti che operano in ambiti meno commercializzati, chi fa moda deve prevedere che la sua arte volutamente controversa non sarà osservata solo da appassionat* e insiders ma anche da chi aspira al prodotto finale. Ecco, questi consumatori preparatissimi sul prodotto ma probabilmente poco sensibili al concetto di creazione in generale, potrebbero non aver ben presente che il processo creativo può, e lo fa in molti ambiti, prevedere un aspetto immorale della sua identità, tollerabile se espresso tramite un prodotto artistico. Il problema infatti, a mio parere, non sta nel fatto in sé ma nel modo di gestire il caos scaturito. Demna Gvasalia e Balenciaga preferiscono chiedere scusa auto-cancellarsi piuttosto che compiere un atto che sarebbe stato in sé una performance: perpetuare nel loro errore e dimostrarsi abbastanza coraggiosi dall’esprimere la loro visione. Gestita in questo modo la faccenda di riduce al delirio di onnipotenza di un team creativo che ha pensato di poter porre la propria estetica disturbante davanti alla moralità della gente. Se invece fossero state spiegate le motivazioni della scelta controversa, il significato delle campagne, quello che si cercava di comunicare o anche di strumentalizzare (lo fanno tutt*, non sarebbe una colpa così grande) il risultato sarebbe stato un messaggio forte di rivendicazione del diritto di fare arte.

Per essere artisti ci vuole coraggio e forse è quello che è mancato. Il coraggio di essere artisti e persone discutibili, con una moralità intaccata oppure assente ma pur sempre al servizio dell’arte. Diciamo che, considerando tutto quello che abbiamo detto prima, valeva la pena dare la possibilità alle persone di scavare nella visione di Demna Gvasalia anche per ordiarla o per rimanerne sconvolti. Questo avrebbe imposto a chi guarda il concetto che sotto il nome dell’arte si può esprimere anche ciò che è sbagliato, ed è controverso, lo so, ma è più reale che mai. Sta poi a chi guarda, osserva, studia e scruta stabilire se si vuole ancora fruire di quel messaggio creativo oppure se si preferisce cancellarlo dalla propria prospettiva o addirittura censurarlo perché troppo immorale. Tutto questo non è mai successo nel caso Balenciaga perché nella moda gli artisti hanno un prezzo e sotto le pressioni di un mercato che stava letteralmente boicottando il marchio, non restava altra soluzione che chiedere scusa e rifugiarsi nella trovata semplicistica di un errore di valutazione. Ecco cosa non è piaciuto a me del caso Balenciaga, oltre alla gente che distrugge le borse sui social, la mancanza di coraggio di porsi al pubblico come artisti immorali. Posto come dicevamo che si tratta di un’arte commerciale e che la finalità pubblicitaria strumentalizza qualsiasi causa, valeva comunque la pena spiegarsi anche risultando corrotti. Una buona fetta di consumatori che non ne può più di collezioni tinte di rosa dedicate all’amore avrebbe accolto (e non per questo non condannato la scelta), si sarebbe sentita rappresentata, o aggredita, da un mondo che è fatto poco di amore e rosa e tanto di demoni con cui conviviamo.

Questa è ovviamente solo la mia modesta opinione e potrebbe, anzi sicuramente sarà, sbagliatissima. Mi piacerebbe sentire le vostre.

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